Esistono delle parole ritenute intraducibili in italiano, o per meglio dire, prive di un equivalente diretto. In realtà, tutte le lingue sono ricche di parole che non hanno una traduzione diretta in altre lingue, si tratta di parole uniche che esprimono concetti complessi e specifici, difficilmente rendibili con un solo vocabolo in un’altra lingua. Per tradurle occorre infatti evocare immagini e sfumature aggiuntive, una sfida che il traduttore affronta spesso, soprattutto quando le espressioni sono legate alla cultura d’origine. Quando parte del significato, dell’informazione o dell’effetto del testo di partenza non si trasferisce nel testo di arrivo, si parla di residuo traduttivo. Spesso si tratta di una perdita inevitabile, poiché ogni lingua è organizzata in modo diverso ed è modellata dalla propria cultura. Il traduttore, però, può intervenire sul testo modificandone il ritmo, la costruzione e il livello di esplicitazione. Per questo, sebbene una singola parola in una lingua possa condensare un’esperienza, un’emozione o una situazione che altrove richiederebbe una frase intera, non sarà mai del tutto intraducibile. Una parola viene definita intraducibile quando nella lingua di arrivo manca un corrispettivo capace di coprire il medesimo campo semantico con la stessa precisione, lo stesso tono e la stessa densità culturale; tuttavia, con un’opportuna ricostruzione, la traduzione resta sempre possibile. Le cosiddette parole intraducibili diventano dei veri e propri mezzi per raccontare e comprendere più a fondo la cultura a cui appartengono.

Alcune delle parole intraducibili più interessanti sono quelle legate alle emozioni e agli stati d’animo. Tra le più famose figure “saudade”, un termine portoghese che descrive il senso di vuoto che si prova per qualcuno o qualcosa che si ama, ma che è assente e potrebbe non tornare mai più. È il forte dolore per un momento concluso, la nostalgia della propria terra, della famiglia o degli amici, ma è anche la mancanza di una persona perduta. Una sensazione che riguarda il tempo presente in cui affetto, malinconia e tristezza si fondono in un unico concetto. Un’altra espressione legata all’amore in portoghese è “cafuné”, che indica il gesto di passare teneramente le dita tra i capelli della persona amata per farla sentire al sicuro e felice. Ancora più profonda è l’espressione araba “ya’aburnee”, che esprime il desiderio di morire prima di una persona amata perché sarebbe insopportabile vivere senza di lei. Il suo significato letterale è “mi seppellisci”: la vera e propria speranza di morire prima di un’altra persona cara. Non si tratta, però, di un atteggiamento egoistico come si potrebbe pensare; questa espressione non rappresenta il tentativo di evitare un dolore per sé stessi a discapito dell’altra persona che invece dovrà viverlo, ma la resa di fronte all’idea che la vita senza di lei non sarebbe più considerabile tale. In coreano, invece, esiste una parola per rappresentare la capacità di ascoltare e valutare gli stati d’animo altrui, ovvero “nunchi”. Nella cultura occidentale potrebbe essere associata alla capacità di empatizzare, ma in Corea rappresenta un modo di vivere, un’attitudine volta a entrare in profonda sintonia con il prossimo per capire cosa prova davvero. Altrettanto complesso è il concetto tedesco di “waldeinsamkeit”, nato dall’unione di “wald” (bosco) e “einsamkeit” (solitudine). Il termine racchiude la sensazione positiva, di benessere e di pace, che si raggiunge negli istanti di solitudine in mezzo alla natura, quando si cammina da soli in un bosco. Qui la solitudine non è da intendersi con accezione malinconica o negativa, anzi, va associata alla sensazione di rigenerante rilassatezza e connessione con la natura e con sé stessi. Infine, l’espressione giapponese “mono no aware” definisce la commozione e lo stupore di fronte ai fenomeni della natura. Un insieme di serenità e malinconia che si sperimenta davanti a uno spettacolo naturale di cui si riconosce la bellezza ma anche l’inevitabile transitorietà. 

Le parole intraducibili sono la chiara dimostrazione che tra una lingua e l’altra non esiste una corrispondenza diretta. Ogni traduzione comporta delle scelte, con alcune sfumature che vengono mantenute e altre che devono essere redistribuite nel testo. Questo non significa ammettere la resa della traduzione, ma celebrarne il vero scopo. Il traduttore, infatti, compie un atto di mediazione culturale permettendo di costruire ponti tra le culture e ampliare gli orizzonti dei lettori. Queste espressioni dimostrano che ogni lingua guarda alla realtà da un punto di vista unico e quel residuo traduttivo che ne deriva non è una perdita, bensì uno spazio di scoperta. In fondo, tradurre non serve a diminuire le differenze culturali, ma a insegnarci ad accoglierle.

Articolo di Eleonora Triches – studentessa SSLMIT


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